Telghot Wethrin-Du

Ladro

Description:

Descizione: Allineamento: Caotico Malvagio – Divinità: Vol – Età 29 – Altezza 1.69cm – Peso 65 kg Caratteristiche: For 10 Cos 16 Des 19 Int 12 Sag 10 Car 17 Punti Ferita: 33 Difese CA 17 Temp 14 Rif 17 Vol 14 Equipaggiamento: Corazza di pelle, Pugnale del duelante +1 Talenti: Iniziativa Migliorata – Combattente delle terre selvagge Poteri: Virtuosismo scaltro, Colpo reattivo, Colpo frastornante, Preda del cacciatore, Sbarramento accecante, Maestro di inganni.

Bio:

Tutto ebbe inizio quando la drow Eleusi si recò a Karrnath per la sua missione, lì conobbe Laimlas, un ranger che la affiancò, di lui ricordava poco: i suoi occhi, le sue due katane vorpal e quel tatuaggio, quello strano tatuaggio verde a forma di mano fiammeggiante che l’elfo teneva ben coperto dai lunghi capelli, dietro la nuca. Il tutto si confondeva nei ricordi della drow continuando a portarle alla mente quella notte. Al suo ritorno nella terra del mistero scoprì di essere incinta e pregò Vulkoor ogni giorno perché le stesse vicino. Quando nacque il piccolo Telgoth tutto sembrò andare per il meglio, finchè gli occhi bianchi non lasciarono il posto ad un viola intenso ed i capelli bianchi e fluenti che la madre avrebbe dovuto tramandargli divennero di un blu intenso quanto il viole degli occhi, fu in quel momento che l’immagine della mano verde fiammeggiante le si ripresentò come un ricordo vivido e segnò il loro destino per sempre. Gli anni successivi furono un rapido susseguirsi di eventi: furono condannati a morte, Eleusi posseduta da una sete di sangue quasi demoniaca sterminò l’intero commando inviato per l’esecuzione ed intraprese con Telgoth la via dell’esilio; poco tempo dopo, la scoperta di quella strana voglia dalla forma irregolare sulla schiena del figlio, la progressiva e repentina perdita delle forze delle forze della madre durante i suoi continui allenamenti mattutini, il corrispondente aumento delle forze di Telgoth. Era come se le loro energie si stessero convogliando nel corpo atipico del piccolo drow. Tutto divenne chiaro durante una torrida mattina dell’anno 920, Telgoth aveva raggiunto la giovane età elfica di 129 anni ed era nel pieno delle sue forze, Eleusi sempre più tanca e stranamente invecchiata per una drow di 337 anni. Da anni ormai Eleusi aveva insegnato a Telgoth tutto ciò che sapeva per poter sopravvivere, gli aveva spiegato perché avevano ripudiato la Dea scorpione dopo la loro condanna a morte ed ogni mattina si allenavano insieme ripetendo armoniosamente quella danza di movimenti forieri di morte, il petto vigoroso e nudo lasciava in bella mostra quella voglia sulla schiena, che con gli anni si era trasformata assumendola forma di uno strano disegno, sembrava un marchio anche se Eleusi non ne aveva mai visto uno simile. Dopo aver scartato di lato un affondo della madre, Telgoth si bloccò, i suoi sensi affinati avevano percepito qualcosa…c’era qualcosa, qualcuno! Ebbe appena il tempo di girarsi, tre umani gli piombarono addosso e l’allenamento divenne subito un combattimento, i due drow contro un folto gruppo di guerrieri umani. Dal ciglio di quella piccola radura partì un raggio viola, ad un capo del raggio un umano, alto, rasato, con una lunga tunica di un viola intenso quanto quello degli occhi del drow, l’altro capo del raggio stava per raggiungere Telgoth alle spalle, proprio al centro di quel suo strano marchio su cui il negromante aveva avidamente posato gli occhi; Eleusi fece da scudo con il proprio corpo per salvare la vita al figlio. Improvvisamente cambiò tutto. Telgoth vide il corpo esanime della madre afflosciarsi ed un innaturale buio si impadronì della radura, vide se stesso con il corpo della madre tra le braccia, i guerrieri che si fiondavano su quelle due figure e sentì la sete di sangue che aumentava. I movimenti fluidi degli allenamenti diventarono ancora più vigorosi e precisi, sentiva un bruciore sulla schiena, ma non ci fece caso più di tanto. Vide se stesso far fuori 8 guerrieri, uno dopo l’altro, finché non rimase nel suo campo visivo solo il negromante, la furia lo spinse in quella direzione, ma improvvisamente tutto cominciò a sfagliarsi in quell’immagine, a diventare sfuocato, un torpore innaturale pervase il suo corpo ed in lontananza ebbe modo di decifrare poche indistinte parole…marchio della morte…sangue di Vol…artiglio di smeraldo. Tutto perdeva di importanza, il suo unico pensiero adesso era rivolto a sua madre, non era riuscito a proteggerla come le aveva promesso, le stava chiedendo scusa ma si accorse immediatamente che era troppo tardi. Cadde nell’oblio. I sensi tornarono gradualmente, non sapeva dove fosse, sentiva solo una costrizione ai polsi ed alle caviglie, sentiva il freddo della pietra premere contro il torso nudo ed un clima diverso da quello a cui era abituato, capì immediatamente di non trovarsi più nella terra del mistero e cercò di raccogliere più informazioni possibile. Freddo, distaccato…assetato. Voleva vendicarsi, capire cosa stesse succedendo, ma soprattutto voleva risposte alle tante domande e dubbi ruotavano intorno a lui da tutta una vita. Sentì parlare di un gruppo chiamato Emerald Claw, vicino ad uno strano culto, una setta segreta che si pensava essere stata sterminata, dello strano marchio che aveva sulla schiena, molto simile al leggendario marchio della morte…sentì parlare di suo padre, un elfo, uno dei maggiori esponenti dell’ordine. Quel gruppo di persone, di cacciatori, erano alla ricerca di 5 “marchiati”, che secondo una recente profezia avrebbero dovuto divenire le dita “dell’Artiglio” per la rinascita del culto del lich. Ne avevano già trovati ed uccisi 3. Decise che le informazioni potevano bastargli per adesso e aprì gli occhi. Rivide immediatamente quel negromante, era lui al comando del drappello di cacciatori. Sentì un’altra presenza, girò lo sguardo senza farsi notare e vide una giovane donna umana accanto a sé, bionda, con dei riflessi rosso sangue, i suoi occhi erano incredibilmente chiari, quasi bianchi, e fissi sul negromante. Anche lei era legata ed imbavagliata. Telgoth capì subito, loro erano le ultime due dita da amputare per rendere inoffensiva quella mano e scongiurare così il ritorno del lich. Restava poco tempo per agire, fece appello a tutti gli insegnamenti, quelli della madre assassina e quelli ricevuti dall’esperienza di ladro. Le mani si movvero quasi innaturalmente finché le dita non arrivarono al nodo e notò con piacere che lo avevano sottovalutato, il nodo si sciolse in pochi secondi e gli sfuggì un lieve sorriso. Nessuna delle 6 persone lì presenti si era ancora accorta che il drow si era ripreso, nessuna tranne una, che continuò ad osservare in religioso silenzio. Il drow decise di attendere la notte, ambiente a lui più congeniale, per sfruttare al meglio le ombre ed il silenzio. Rostok, questo il nome del negromante, lasciò a guardia due cacciatori. Era il momento di agire, sciolse il nodo ai piedi con movimenti impercettibili, uno sguardo alla compagna di prigionia gli fece capire immediatamente che in quell’impresa per la vita non era più da solo, un istinto gli disse che poteva fidarsi, che doveva fidarsi. Con un repentino movimento le sciolse il nodo ai polsi e si preparò all’attacco, fu questione di pochi secondi, fu sopra il primo cacciatore e gli spezzò il collo, il secondo non ebbe tempo di reagire e fu strangolato con la corda che gli cingeva i polsi. La ragazza si alzò appena in tempo, il rumore di una sedia caduta a terra attirò altri due cacciatori. Appena entrati si ritrovarono addosso il drow, furioso, preciso e letale. Da uno dei primi due cacciatori aveva preso due pugnali, uno per mano, ed ora li brandiva con precisione chirurgica sui punti vitali dei nuovi giunti…carotide, giugulare, arteria femorale, cuore. I due non ebbero il tempo di rendersi conto di ciò che succedeva, al contrario della ragazza che ammirava affascinata quella armoniosa danza letale. Il drow sentiva la rabbia dentro di sé montare sempre più, ma la novità questa volta era quella sete di sangue che lo spingeva ad andare avanti. Sembrava conoscere quell’edificio, si muoveva con una strana familiarità lasciandosi dietro una scia di morti rapide e silenziose. Si fermò solo quando raggiunse una grande sala, al centro una grande statua ai piedi della quale c’era una vasca dentro cui la statua poggiava i piedi. L’odore acre gli fece immediatamente capire il contenuto. Sangue. Fu solo in quel breve istante di pausa che si accorse che la ragazza lo seguiva mormorando una litania dalle parole incomprensibili, ma non lo ritenne un problema, l’istinto e la sete di sangue lo spingevano in un’altra direzione. Da dietro la statua comparve Rostok, furioso per aver compreso di aver perso tutti i suoi cacciatori, ma quello che colpì Telgoth fu l’espressione di incredulità mista a terrore che sopraffece il negromante e le sue parole…”la profezia”. Il drow si lanciò furioso all’attacco, ma quando vide di nuovo quel raggio viola si bloccò, gli comparve di fronte il corpo di Eleusi, esanime a causa dello stesso raggio già rivolto a lui, ora lei però non c’era e il raggio diretto al suo petto era foriero di morte. Si risvegliò dalla trance in cui era piombato solo quando il raggio si infranse contro un’invisibile sfera a pochi centimetri dal suo corpo, disperdendosi tutt’intorno come l’acqua che si scontra contro una pietra. L’imprecazione del negromante fu immediata, ma con sua somma sorpresa non fu rivolta a lui…”maledetta! Dovevo ucciderti subito!” Telgoth si voltò, un sorriso sarcastico si era disegnato sul viso della ragazza “Si, avresti dovuto”. Tutto fu più chiaro, la litania lo proteggeva. La paura ed il ricordo di Eleusi scomparvero, la mano cambiò istintivamente l’impugnatura del pugnale in una presa che mai nessuno gli aveva insegnato, i nervi si tesero, i muscoli si contrassero ed il suo corpo scattò con una velocità che non gli era propria e fu subito addosso al negromante, l’incantesimo gli morì tra le labbra, gli occhi si sbarrarono e lo sguardo si posò su di lei, sul suo sorriso, non più sarcastico, ma sereno. Il pugnale gli trafisse il cuore, ma – come se conoscesse l’arte della negromanzia – il drow non si fermò, fece scivolare la lama lungo la fessura intercostale fino a raggiungere la giuntura del braccio e da lì la fece risalire lungo l’arteria giugulare per terminare la corsa sulla carotide. Ora sapeva che il risultato era stato ottenuto. Il corpo del mago si afflosciò cadendo dentro la piscina di sangue. Uscendo dall’edificio, le domande gli si affollavano in testa, fu lei a sciogliere il silenzio “pare che il nostro destino sia già stato scritto”, lui si voltò e guardandola si rese conto di non conoscere neppure il suo nome “ho smesso di credere agli Dei prima ancora di imparare a farlo. Non mi interessa cosa sia stato stabilito per me da non so chi, ma c’è qualcosa dietro la morte di mia madre e c’è qualcosa di strano in me. Devo trovare il burattinaio che muoveva i fili di questo fantoccio e scoprire qualcosa in più”…

Telghot Wethrin-Du

Eberron - L'ultimo respiro del Cyre Focone